RIACQUISTIAMO LA NUDITA’

12.07.2015 08:59

Da subito, sin da subito Gesù ancora vivente, gioco forza è la comunità, i discepoli vivono una vita comune, coabitano e dividono le loro sostanze, accumulate in una cassa comune di cui siamo informati da Giovanni, secondo il quale la cassa era tenuta da Giuda. La comunità coabita e divide, condivide i beni. “Nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune… Quanti possedevano case o campi li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo depositavano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.” Si legge in Atti della primissima comunità cristiana. Tertulliano nel suo Apologetico scrive, nel secolo successivo alla prima comunità cristiana, quella apostolica: “ Noi viviamo nella perfetta comunanza di desideri e affetti e non abbiamo ritegno a considerare in comune tutto quello che possediamo. Tutto è diviso presso di noi salvo la donna che è nostra. Sul punto del matrimonio infrangiamo il principio della comunanza”. Se vivono in comunità, se vivono la comunità, se sono comunità, comunitariamente devono muoversi. Marco annota:” prese a mandarli due a due”. Noi sappiamo inoltre per bocca dello stesso Gesù che:” in verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”. Marco poi scrive che:” dava loro potere sugli spiriti impuri”. Il demonio, il peccato è la morte, morte non del corpo ma dello spirito, cioè morte totale, annientamento, dissoluzione. I discepoli, o meglio la comunità cristiana riunita con il suo Signore, in compagnia del suo Signore, rappresenta la Chiesa universale (cattolica) che porta, è portatrice della Parola e della Presenza del Signore, che è creatrice, dunque la comunità, la Chiesa è portatrice di vita, vita cristiana cioè vita nuova, novità. La Parola è dunque potere, potere perché è il Signore stesso che può e può perché è, cioè è presente: “io sono colui che sono” e chi può, può tutto, crea, è, ed è vita cioè Presenza, reale presenza. Il peccato, il demonio, non può, non è, dipende, per bocca stessa di Gesù è il principe di questo mondo, solo il principe, mentre il Cristo è re, re dell’universo; il demonio dunque è suddito perché principe, cioè sottoposto al re, il demonio è vinto, dunque la morte è vinta, scrive Paolo facendo eco ai profeti Osea ed Isaia:” la morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è o morte la tua vittoria? Dov’è o morte il tuo pungiglione?”. La comunità in Marco è rappresentata dai discepoli in uscita a due a due, porta vita, è dispensatrice di vita, questo è il potere, il concetto di potere per Dio, non certo per l’uomo per il quale il potere è autoaffermazione violenta, imposizione autoritaria: peccato cioè morte, perché proviene dal demonio, dalla personificazione del male, per Dio dunque il potere è possibilità, affermazione e riaffermazione della vita, e se fosse così, se affermiamo e comprendiamo ciò dovremmo tremare anche solo nel recidere un fiore o uno stelo d’erba. Dove vanno fratelli cristiani i discepoli? E perché sono inviati? Vanno, sono inviati a ricostruire il giardino, il luogo originario, l’origine della specie, della creazione stessa, dell’umanità, dell’armonia. Lì in quella condizione, nell’origine non c’è bisogno di pane, né sacca, né denaro, né tuniche. C’è solo bisogno di ciò con cui si affronta il cammino, il viaggio: il bastone per reggersi e i sandali per fare strada. La comunità ci dice Marco dev’essere sempre in movimento, in viaggio, nomade come il popolo eletto, si riposa cammin facendo perché è vita, vita continua, che genera e si rigenera ed è autogenerativa perché porta con sé l’origine della vita, l’Autore della vita. Se si avanza la morte indietreggia, indietreggia il male, il peccato, il demonio personificazione del male. Se avete ascoltato bene fratelli cristiani, Marco annota come accessorio per il cammino dei discepoli la cintura. La cintura è segno di fedeltà, della fedeltà, della fede. La portava il battista, Giovanni il battista è descritto con la cintura al fianco, la portavano (la cintura) gli anacoreti e gli eremiti e la indossano ancora oggi come segno di fedeltà, come la sposa e lo sposo si cingono vicendevolmente l’anulare con la vera. Una comunità che è fede, che ha fede, perché inviata ha potere è investita di potere che altro non è che portare vita, la vita, l’Autore della vita, la Parola, il Signore stesso che sottomette la morte. La comunità poi non deve preoccuparsi di nulla perché assistita dal suon avvocato, il Paraclito, colui che assiste, lo Spirito stesso di Dio, dunque come scrive Marco: “ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro..” cioè di ciò che non serve per camminare perché l’essenziale per il viaggio è frutto della fede, della speranza, della carità: vita cristiana. La comunità ha dunque la responsabilità, la possibilità e la facoltà di ricostruire l’armonia del giardino, l’armonia originale dove la nudità che è segno di libertà, disponibilità e di trasparenza ci permette di parlare nuovamente faccia a faccia con il Signore, con il Creatore. Nel giardino l’uomo, l’uomo nuovo, il nuovo Adamo che ha riacquistato la nudità (stato iniziale, originale) dunque la sua trasparenza e disponibilità non è più infermo e la nuova Eva schiaccia la testa del serpente. Insieme uomo e donna, novità non sono più interessati all’effimero, all’immortalità, perché sono eterni, divenuti eterni, sono eternamente umanità e singolarità, cioè disegno di Dio: persona, con la propria personalità e dignità. Così l’uomo il cristiano, il discepolo ha facoltà di proclamare, ungere e guarire.