PARLARE, NON FARE: PREGARE!

05.01.2015 08:53

Sono stato avvicinato pochi giorni fa da un confratello per le mie posizioni in seno a questa diocesi. Non dissente, comprende, ma si chiede l’effetto che tali posizioni possono avere sui laici. Mi ha incuriosito molto questo fatto, queste sue preoccupazioni. E’ una costante, tutti i confratelli che mi hanno avvicinato, si sono dimostrati comprensivi ma sono preoccupati per i fedeli laici, per il giudizio di questi e quasi tutti mi hanno fatto sapere che sarebbe meglio tacere per non compromettere il rapporto tra i fedeli laici e la Chiesa. Intanto se eventualmente si guasta, si guasta il rapporto tra sacerdoti e fedeli, la Chiesa ne è fuori, la Chiesa è santa, cioè questi fatti non la sporcano, ne possono sporcarla; è cattolica, universale in quell’universo comprende questi fatti; è apostolica, cioè deriva dagli apostoli, da uomini dove questi fatti sono stati, sono e saranno all’ordine del giorno. Ieri i rapporti tra Paolo e Pietro, non certo idilliaci, le colonne della Chiesa, oggi il rapporto tra il papa e la curia romana, anch’essi ben lontani dall’essere idilliaci. La Chiesa poi è una, cioè non è di nessuno, se non del Cristo, sua Sposa, sicchè nessuno può tirarla per la giacca, portarla dalla sua parte. Sono convinto che i fedeli laici debbano osservare il clero, il presbiterio e osservarne con attenzione il comportamento poi dovrebbero confrontare quel comportamento con la Sacra Scrittura, la Parola di Dio, quindi liberamente e prudentemente giudicare, che non vuol dire puntare il dito ma esprimere con coscienza un’opinione che non deve allontanare né traumatizzare, e neppure correggere, ma comunicare, portare a conoscenza. Determinati comportamenti vanno portati a conoscenza per giustizia e verità. Il giudizio è fatto per far emergere la giustizia, la verità. Io credo che il compito del sacerdote sia principalmente, spingere i fedeli a confrontare se stessi con la Parola, perché si possano conoscere, possano vagliare il loro personale comportamento; conseguentemente questo metodo, questa educazione alla conoscenza va applicata, estesa ai loro formatori, i quali per il ruolo che ricoprono non possono dire e non fare come denuncia il Vangelo “ dicono e non fanno”. Se così è, la Scrittura invita alla denuncia, alla chiarezza in seno alla comunità. Il nascondere, coprire, o peggio ignorare i comportamenti “deviati” non è giusto. Io non cerco consenso, cerco solamente con il mio dissenso di spingere i membri della comunità a ragionare con la propria testa, autonomamente, quando spesso un malcelato perbenismo che nasce dal non corretto quieto vivere porta come risultato un progressivo ma inesorabile allontanamento non dai soggetti “deviati” ma dalla Chiesa stessa, e ciò si legge nelle giovani generazioni, ma anche nella mia generazione. E’ giusto che il Santo Popolo di Dio ragioni con la propria testa e non deleghi, perché il cristianesimo non è delegare, ma apre, e paga in prima persona. In ultimo non cerco un consenso personale perché io passo, di me resterà un pugno di polvere, resterò caro e conosciuto solo a Dio come ognuno di noi; la morte e io nella mia breve ne ho fatta parecchia esperienza, insegna questo, che si passa e che non si fonda nulla perché chi viene dopo a chi fonda, o conserva o cambia. Se pensiamo a Francesco di Assisi che ha fondato, è stato messo in disparte non dopo la sua morte ma lui vivente, al capitolo detto delle Stuoie. Resta il fatto che per essere cristiani bisogna usare la Parola, bisogna parlare più che fare, perché è il fare che deriva dal parlare, in ciò l’inizio della Genesi è chiarissimo: “ E Dio disse… Sia…”. L’opus Dei, l’opera di Dio è il fare di Dio, è la Parola, preghiera, a tal punto che noi preghiamo la Parola di Dio.