OB AUDIRE

30.06.2015 08:56

“Prometti a me e ai miei successori filiale obbedienza?” Vescovo, molti preti e fedeli laici vicini agli ambienti curiali e parrocchiali mi accusano di non attendere e ottemperare alla mia promessa perché io quel giorno il 9 giugno del 2012 risposi “lo prometto”. Sono uomo di parola e fedele, è la mia storia, la dimostrazione che sono rimasto fedele alla mia sposa e fedele alla mia vocazione, di questo i signori sopra menzionati non possono certamente dire il contrario (lo fossero loro!) anzi dei i fedeli laici che non vivono la fedeltà coniugale, e preti che non vivono la castità ne è informato bene sua eccellenza (conosce i suoi polli). Io ho promesso la filiale obbedienza. La filiale obbedienza significa  quell’obbedienza che un figlio deve al padre e siccome sono stato figlio e soprattutto sono padre posso affermare che la filiale obbedienza non è la sottomissione, dunque la schiavitù, ma l’obbedienza critica che contempla anche il dissenso e il non consenso. Gesù non si sottomette mai ai suoi genitori, benchè il vangelo lo riporti "viveva loro sottomesso” perché fin dall’età adolescenziale e il vangelo lo riporta prende posizione verso i suoi genitori: è l’episodio del suo ritrovamento tra i dottori del tempio e a Cana con sua madre usa un chiaro linguaggio da uomo autorevole, maturo e l’autorevolezza gli è riconosciuta: è critico e dissenziente, chiaro e specifico. Con Dio, Il Padre dialoga, sino a chiedergli di evitargli di bere quel calice che gli viene porto, la passione e la morte. Ecco l’obbedienza: richiesta, domanda che presuppone una risposta… fede. Io obbedisco al vescovo, obbedisco secondo quelle che sono le mie possibilità e peculiarità, secondo il buon senso dettato dalla mia coscienza, la cieca obbedienza è cattiva politica e da Dio non mi è chiesta, altresì mi è chiesta la filiale e non cieca obbedienza e tra di loro c’è un abisso. Ad osservare bene poi né i fedeli laici, né tanto meno i preti obbediscono al vescovo. Tra i preti ci sono quelli che vivono per conto loro, quelli che hanno “mollato” parrocchie, quelli che non hanno finito gli studi, quelli che non si vogliono spostare dalle loro parrocchie, quelli che si sono fatti ordinare e poi sono andati dove volevano e non dov’erano stati assegnati, quelli che hanno preteso dei posti, degli uffici, degl’incarichi, che hanno posto condizioni. Non parliamo poi dei fedeli laici, quelli non obbediscono proprio, alcuni sono riusciti ad amministrare “allegramente” i beni affidati, altro che obbedienza, infischiandosene soprattutto del buon senso. Si sappia comunque in diocesi che quello che non obbedisce sono solamente io. Io sono prete, sacerdote e vi riscrivo la frase che io insieme ad un mio confratello abbiamo scelto per la nostra ordinazione sacerdotale, è una farse di don Divo Barsotti, un prete che ho conosciuto. Quella frase che lui ha scritto in un suo diario, ha chiarito e illuminato il mio cammino verso il sacerdozio e ipotecato anche il mio sacerdozio, quei lunghi colloqui (quando veniva a Biella subito mi faceva chiamare per incontrarmi) sono un segreto, coperti dal sigillo confessionale e nessuno, scrivo nessuno può violarlo, né può venirne a conoscenza. Oggi posso dire che quei lunghi colloqui danno il loro frutto e che quella frase è più che mai attuale, profetica e auspicabile per chi è ministro ordinato: "La vita del sacerdote è sacrificio puro. Egli non vive, non può vivere per sè - non ha più una vita. Qualunque cosa faccia per essere amato, stimato, per vivere, il suo sforzo non ha mai il potere di toglierlo alla sua solitudine. Il crisma dell'ordinazione lo separe dagli uomini, egli diviene come il capro espiatorio che si abbandona nel deserto, lontano da tutti". Questa è l’obbedienza e a questo obbedisco.